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La moglie racconta

Tra cronaca nera e rosa
di Alda Amadori Palmas (moglie di Giuseppe Palmas)
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Ripensando alla vita con mio marito, sono molti i fatti e gli avvenimenti, sia lieti che dolorosi, che tornano in superficie. Non sempre è stato facile vivergli vicino ma le esperienze accumulate hanno arricchito la mia esistenza, e il bilancio, guardando indietro, risulta positivo.

Ci sposammo nel '46, dopo un contrastato fidanzamento, e partimmo il giorno del matrimonio con in tasca, lui un diploma di maestro mai utilizzato ed io un libretto universitario al 3° anno della Facoltà di Farmacia, con pochi esami dati a causa della. guerra. Ma allora il fatto di essere usciti vivi e indenni dal conflitto mondiale era già un capitale importante. Tutto il resto era possibile. La grinta e la determinazione di mio marito parevano schiuderci tutte le porte.

All'inizio mi scontrai con una dura realtà che non conoscevo, ma pian piano fui presa da quella travagliata ed entusiasmante avventura. A Pino, così lo chiamavamo in famiglia, piaceva molto scrivere. Scriveva di getto, con una scrittura semplice e scorrevole. Così pubblicò, usando uno pseudonimo, alcuni romanzi rosa, che ottennero un discreto successo.

Un giorno incontrammo un suo amico cesenate, da tempo trapiantato a Milano e, come esuli in terra straniera, ci mettemmo a parlare dei nostri sogni e delle nostre speranze. Il sogno più ardente di Pino era entrare nel giornalismo e così saltò fuori che l'amico conosceva bene il capocronista del Corriere Lombardo, l'allora famoso Ciro Poggiali e che, volendo, poteva fissare un incontro con lui. Pino il giorno dopo era a colloquio con Poggiali il quale decise di prenderlo in prova. Quando voleva Pino sapeva essere amabile e in grado di affascinare chiunque. Fu una svolta. Mio marito si buttò a capofitto in quell'esperienza ottenendo presto buoni risultati. Aveva, sicuramente i mezzi per diventare un grande giornalista, ma le cose andarono diversamente.

Gli fu affidata la cronaca nera. Si faceva insieme - lo seguivo spesso nelle sue peregrinazioni attraverso Milano - il giro dei commissariati in cerca di notizie, saltando da. un tram all'altro. Presto venne promosso alla questura, centrale, un incarico più gratificante ma anche più impegnativo dato che doveva essere svolto di notte. Qualche volta andavamo insieme nella sala delle rotative a vedere stampare il giornale e a prendere la prima copia di quello che era, come si divertiva a definirlo lui, "Il giornale di domani". Spesso Pino rientrava all'alba, e, con mio grande diletto, mi svegliava per raccontarmi i fatti, anche tragici, di cui era venuto a conoscenza. Divenne amico del questore Agnesina il quale gli passava diverse informazioni. Come ho detto aveva fiuto e riuscì ad effettuare non pochi scoop, compreso quello di Rina Fort, una storia di omicidi che fece molto scalpore all'epoca. E poi era capace di trasformare spesso in "poema" il più banale fattaccio di cronaca, con una, sorta di difesa psicologica, del colpevole di turno. Anzi, ricordo che più di una volta si fece una colletta fra colleghi per aiutare qualche povero malcapitato. Amava spesso leggere, prima di pubblicarli, a me e più tardi ai figli, i suoi scritti, per saggiare un parere che in realtà s'era già dato positivo.

Ricordo quello di Milano come un bel periodo della mia vita, fatto di incontri interessanti e di continue scoperte. Tutte le porte ci erano aperte. E anche casa nostra era aperta a tutti, frequentata da gente come Mosca o Guareschi. Ricordo che Guareschi, emiliano convinto, contestava spesso scherzosamente e vivacemente il nostro campanilismo romagnolo, pur apprezzando e gustando la nostra, cucina. Alla domenica, quando c'erano le gare di atletica, si andava all'Arena. Mio marito era stato in gioventù un atleta di un certo valore e covava una certa nostalgia per le piste. Lì incontravamo immancabilmente un altro romagnolo nostalgico divenuto poi illustre, Vittorio Bonicelli, al quale ci legava un'antica amicizia e stima.

Un'altra svolta nella nostra vita avvenne nel 1950. Mio marito, diventato inviato speciale venne mandato nel Polesine alluvionato, affiancato da un fotografo. Fu allora che pensò che poteva svolgere lui stesso anche quella mansione essendosi sempre interessato di fotografia. Così divento fotoreporter.

Poco dopo si licenziò dal giornale e aprì un'agenzia di fotogiornalismo. Chiamò con sè anche alcuni cesenati come Gillo Faedi e Giacomo Baldazzi. Il lavoro non mancava; basti pensare che l'agenzia occupava 14 persone. Alcuni di quelli che lavorarono con lui divennero poi famosi, ma Pino non ne fu mai geloso. Una delle sue qualità migliori era proprio la generosità. Come ho detto, l'agenzia funzionava, ma lui era sempre in giro e si disinteressava della parte economica e alla fine quell'esperienza naufragò.

Pino decise allora di trasferirsi a Roma. Era il 1953. Cominciò a lavorare con l'agenzia di Marcello Maggiori, situata nelle vicinanze di via Veneto e che più tardi Pino rilevò. Abitavamo in viale Mazzini vicino alla sede della Televisione, altra fonte di servizi. La prima, naturalmente, era il cinema.

Io allora, essendomi laureata, dividevo il tempo fra Sezze Romano, dove avevo preso in gestione una farmacia, e Roma e successivamente fra Tivoli e Roma dove Pino era molto conosciuto e richiesto. Molte attrici e molti attori sono stati da lui immortalati e spesso anch'io ho avuto l'occasione di conoscerne personalmente.

Ma mio marito era un irrequieto e, soprattutto, un romagnolo nostalgico. Si stancò di quella vita caotica e volle, fortissimamente volle, ritornare nella sua Romagna. Così, per la terza volta, piantammo armi e bagagli e tornammo a Cesena.

Nella città natale Pino aprì uno studio fotografico in corso Cavour con annessa galleria d'arte e continuò a lavorare per diversi giornali e agenzie, anche estere. Come al solito però, imperturbabile e disinteressato, trascurava l'aspetto economico della sua attività che non fu mai redditizzia. Dopo qualche anno si ammalò gravemente per un male incurabile e nel 1977 morì, lasciandoci in eredità una situazione finanziaria piuttosto ingarbugliata ma anche il suo prezioso archivio fotografico e il ricordo di una vita segnata da molti cambiamenti. Ma con i cambiamenti, anche dolorosi, si allargano gli orizzonti.

Alda Amadori Palmas
(Testo raccolto da Antonio Maraldi)

 

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